Processo Thyssen: un verdetto storico nella sicurezza.

Dichiarazione del Presidente AiFOS, Rocco Vitale, sulla esemplare sentenza per il rogo della Thyssen di Torino, affinché apra la strada ad una nuova consapevolezza per la sicurezza sul lavoro.


Dal sito dell'AiFOS.

L'amministratore delegato della Thyssen è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione per l'incendio scoppiato sulla linea 5 dell'acciaieria nella notte del 6 dicembre del 2007 dove nel rogo morirono 7 lavoratori, l'ultimo dopo 12 giorni di agonia.
Si tratta di una sentenza esemplare e significativa che introduce, per la prima volta in Italia, in una tragedia sul lavoro l'accusa di "omicidio volontario" e non "omicidio colposo" nei confronti del datore di lavoro. Analoghe vicende precedenti si basavano sulla culpa in vigilando, ma, in questo caso, l'accusa ha sostenuto che la morte degli operai è dovuta alla negligenza consapevole di chi, dovendo investire sulla sicurezza antincendio, non lo ha fatto, accettando consapevolmente il rischio di incidente. Altri dirigenti sono stati, invece, condannati per "omicidio colposo con colpa cosciente".
Questa sentenza di condanna non è una vittoria per nessuno e come ha detto il p.m. dell'accusa dott. Guariniello "sarebbe stato meglio se questo processo non ci fosse mai stato".
La sentenza non restituisce la vita a nessun lavoratore, ma dimostra che le leggi e l'apparato sanzionatorio funzionano ed i processi si possono fare in tempi ragionevoli, anche nei casi complessi. Purtroppo così non è stato per gli altri 900 lavoratori che annualmente muoiono vittime di incidenti sul lavoro.
Questa dura e cruda sentenza deve concorre a sviluppare la consapevolezza da parte dei datori di lavoro che devono considerare la sicurezza un elemento fondamentale del processo del lavoro.
Bisogna rimettere al centro del dibattito la cultura del lavoro (non solo della sicurezza) che non si fonda sulle sanzioni. La sicurezza sul lavoro non va considerata come un maggior costo, semmai un investimento per l'efficienza degli impianti e della produttività del lavoro. Il benessere organizzativo e la qualità dei processi di produzione sono strettamente connessi al tema della sicurezza sul lavoro e dovranno essere oggetto di un nuovo modello di relazioni industriali non solo rivendicativo, ma anche partecipativo.
Coloro che sono abituati a non applicare le leggi non cambiano comportamento per la minaccia di sanzioni ed una sola sentenza, anche se estremamente severa, non potrà cambiare le cose se non si intensifica l'investimento per la sicurezza con azioni di prevenzione.
Una prevenzione che non sia misurata sull'assolvimento formale degli adempimenti e la tenuta delle carte, ma che si deve basare sull'effettività applicativa della formazione. La formazione, in questo contesto, assume un ruolo fondamentale solo se coinvolge i lavoratori utilizzando nuovi metodi e strumenti che vadano oltre l'adempimento formale della frequenza delle ore minime dei corsi.
Quanti corsi, noiosi ed inconcludenti, vedono una partecipazione passiva ed obbligata e non incidono sul reale cambiamento dei comportamenti e dell'apprendimento. Quante indicazioni normative e legislative, nazionali e regionali, definiscono un sistema cartaceo burocratico che non ne valuta la reale ricaduta organizzativa all'interno dell'azienda.
La sentenza della Thyssen è innovativa, non solo in Italia, ma anche in Europa, e la sua lezione deve essere colta nella direzione giusta di voler richiamare i datori di lavoro ad una nuova consapevolezza del proprio ruolo, anche sociale, che vede l'impresa fare un passo avanti nel considerare la sicurezza un elemento fondamentale e strategico del processo produttivo.

 



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