Responsabilità per infortunio: condanna di datore di lavoro, dirigente e preposto.

Cassazione Penale, Sez. IV, 10 febbraio 2011, n. 5013.


Fonte: OLYMPUS - Osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro.

Responsabilità per infortunio: era accaduto che M.A., dipendente della 3C C. in qualità di autista, si era recato, con il camion della ditta, presso il reparto condizionamento dello stabilimento di una s.p.a., per effettuare un carico di barre d'acciaio; egli era affiancato dal giovane S., assunto da pochi giorni presso la 3C C., al quale doveva mostrare il lavoro affinchè in seguito potesse svolgere analoghe mansioni da solo.

Giunto presso il reparto in questione, M. aveva provveduto a posizionare il camion nella piazzola di carico, aveva atteso che il gruista col carro ponte collocasse il fascio di barre d'acciaio sul pianale del camion, era quindi salito sul pianale per staccare il gancio dal fascio di vergelle che teneva insieme le barre d'acciaio ed era stato a quel punto che, avendo il gruista sollevato le catene cui era collegato il gancio che era servito per la manovra di posizionamento del carico, quest'ultimo era andato ad impigliarsi in una delle spire che costituivano il fascio di contenimento delle barre d'acciaio, sicchè il fascio, poco prima posizionato sul pianale, aveva preso nuovamente a sollevarsi portando con sè S., che era salito sul camion per aiutare il collega; alle grida di S. il gruista, resosi conto di quanto stava avvenendo, aveva immediatamente arrestato la manovra di sollevamento con la conseguenza che, dato il peso delle barre d'acciaio ed il fatto che le stesse risultavano sostenute solo da una spira e solo da un lato del fascio, la spira si era spezzata e le barre erano ricadute a terra investendo S. e provocandone la morte per schiacciamento della cassa toracica.

Per tale evento furono condannati M., datore di lavoro della vittima, D.R. e I. S., rispettivamente dirigente responsabile dell'area laminatoio-condizionamento della ditta ABS e preposto del reparto di condizionamento della stessa.

Ricorrono tutti in Cassazione - Rigetto.

"Prendendo in esame in primo luogo la questione posta da D. e I. relativamente alla individuazione delle rispettive posizioni di garanzia, rileva il Collegio che non vi è stata alcuna "confusione" tra le stesse risultando ben chiaro dal testo della sentenza della Corte triestina che D., capo area del reparto laminatoio-condizionamento dove si è verificato l'incidente, svolgeva all'interno dello stabilimento funzioni inquadrabili nel ruolo di "dirigente" e I., suo diretto sottoposto in quanto capo-reparto, rivestiva la qualifica di "preposto" e che in tali rispettive qualità - troppo note nella materia di cui ci si occupa perchè si debba al riguardo fornire precisazioni - essi sono stati ritenuti responsabili per la violazione del dovere di vigilanza, in quanto entrambi destinatari, al pari del datore di lavoro e sia pure a distinti livelli di responsabilità, dell'obbligo di dare attuazione alla normativa di sicurezza sul lavoro.
Non rileva neppure la circostanza che I. non fosse presente sul luogo di lavoro al momento dell'incidente, atteso che è stato accertato che il verificarsi dell'infortunio è stato il frutto di scorrette modalità operative, diventate prassi abituale all'interno dello stabilimento, prassi conosciute e tollerate da I. che dunque ne deve rispondere dal momento che il suo compito era proprio, anche e soprattutto, quello di controllare le modalità di svolgimento del lavoro.
"

Riprendendo un principio ormai consolidato la Corte afferma che "In tema di prevenzione infortuni, il datore di lavoro, così come il dirigente, deve controllare acchè il preposto, nell'esercizio dei compiti di vigilanza affidatigli, si attenga alle disposizioni di legge e a quelle, eventualmente in aggiunta, impartitegli. Ne consegue che, qualora nell'esercizio dell'attività lavorativa sul posto di lavoro si instauri, con il consenso del preposto, una prassi contra legem, foriera di pericoli per gli addetti il datore di lavoro o il dirigente, ove infortunio si verifichi, non può utilmente scagionarsi assumendo di non essere stato a conoscenza della illegittima prassi, tale ignoranza costituendolo, di per se, in colpa per denunciare l'inosservanza al dovere di vigilare sul comportamento del preposto, da lui delegato a far rispettare le norme antinfortunistiche."

E ancora, "in tema di infortuni sul lavoro, il compito del datore di lavoro è articolato e comprende l'istruzione dei lavoratori sui rischi connessi a determinate attività, la necessità di adottare le previste misure di sicurezza, la predisposizione di queste, il controllo, continuo ed effettivo circa la concreta osservanza delle misure predisposte per evitare che esse vengano trascurate e disapplicate, il controllo infine sul corretto utilizzo, in termini di sicurezza, degli strumenti di lavoro e sul processo stesso di lavorazione. E proprio il momento del controllo è particolarmente importante essendo ad esso affidato il compito di "chiusura" del complessivo sistema delle garanzie che non devono essere soltanto astrattamente previste nei documenti dell'impresa ma concretamente attuate nella attività lavorativa di ogni giorno, potendosi anche a questo proposito richiamare un principio già affermato dalla Corte (sez . 4, 28.6.1994 n. 10021 rv 200146) secondo cui il controllo e la vigilanza perchè l'attività lavorativa venga svolta con modalità e mezzi idonei a tutelare la sicurezza dei dipendenti devono essere continui e non occasionali, in quanto lo scopo delle norme di prevenzione è quello di impedire comunque l'insorgenza di pericoli in qualsiasi fase del lavoro."

Conclude la Corte che del tutto correttamente i giudici di merito hanno ritenuto che la eventuale imprudenza del S., pacificamente intento allo svolgimento del proprio lavoro non potesse qualificarsi quale abnorme e che pur essendo la manovra errata del gruista la causa principale dell'infortunio, tale condotta non assorbiva l'intero nesso di causalità, dovendo la eziologia dell'infortunio ricondursi anche a M. da un lato e a D. e I. dall'altro.

Cassazione Penale, Sez. IV, 10 febbraio 2011, n. 5013 (formato PDF, 66 kb).

 



Torna alle leggi